La storia di Chango

Chango: dal Kosovo verso un nuovo inizio…

Caro Chango, queste parole oggi sono il nostro ricordo per te. Qualcuno sorriderà certamente… Una lettera ad un cane!
Per giunta ad un cane conosciuto solo per un caso, perché le nostre sorti si sono incrociate per sbaglio (e per fortuna!), in un giorno qualunque di un’estate capricciosa: l’estate del 2016. Un cane che oggi non c’è più, ma il cui ricordo resta forte ed indelebile per chi di noi lo ha vissuto e conosciuto (ed amato). So bene che può sembrare bizzarro scrivere una lettera ad un cane. Ma sento lo stesso il bisogno di farlo. E sento prima di tutto il bisogno di scusarmi con Chango e con tutti i cani e con tutti gli altri animali a cui noi stupidi uomini, arroganti ed imperfetti, ogni giorno provochiamo indicibili sofferenze, per pura superficialità, terribile egoismo, orrenda cupidigia.

Non so Chango se prima tu sia mai stato felice e non so nemmeno se tu abbia mai avuto la gioia e la fortuna di conoscere una carezza, un po’ di affetto disinteressato, il genuino calore di una casa e di una famiglia, o anche un semplice gesto gentile. Il tuo “prima” è sempre rimasto un mistero per noi. So invece per certo che nella tua vita hai avuto modo di conoscere e sperimentare tutto il peggio di noi uomini. Lo so per le cicatrici che portava il tuo corpo e per quelle che portava la tua anima. Lo so per la rassegnazione che si leggeva nei tuoi fieri, ma stanchi occhi di ridgeback. L‘ho capito per la tua pazienza, per la tua capacità di adattarti e di comprendere, senza fare rumore: la vita non ha piegato la tua fierezza, ma di certo ha lasciato un segno chiaro in te. Questo era evidente da come sapevi anche diventare “trasparente” all’occorrenza, nonostante la tua mole e il tuo aspetto imponente, quasi ne fossi consapevole e non volessi essere troppo notato per non arrecare disturbo né attirare l’attenzione, forse per poter restare ed essere definitivamente accettato in questa nuova vita, insieme con la tua Riccarda e con Marco, una vita che deve esserti apparsa come un sogno incredibile: una casa grande, pulita e accogliente, un bel prato verde e curato, tanto cibo buono e regolare e soprattutto meravigliosi compagni umani amorevoli e premurosi che si sono presi totalmente cura di te.

Di sicuro hai conosciuto la fame e la sete. E, credo, anche la paura, il pericolo, la solitudine. Hai camminato chilometri e chilometri, fino a consumarti le zampe e a ferirtele, nel lontano e durissimo lembo di terra nel cuore dei Balcani da cui provieni, il Kosovo. Un luogo dove la guerra tra gli uomini ha generato dolore e distruzione, dove ancor oggi si trattiene il fiato e l’aria è rarefatta e tesa; un luogo dove il fuoco cova ancora sotto le ceneri, sempre pronto a divampare nuovamente. Un luogo di grande tensione e sospensione. Cosa vale la vita di un povero cane in un posto così? Meno di nulla temo. E la tua sorte poteva essere la stessa sorte di mille altri tuoi simili: dolore, invisibilità, sofferenza e morte. Il tuo viaggio avrebbe potuto tragicamente finire là, in quella orrenda buca in cui eri precipitato, forse attirato da un’esca: una trappola per catturare gli orsi o i lupi, una prigione dove quasi sicuramente saresti morto di stenti o per le ferite, nell’indifferenza generale. E noi non avremmo mai nemmeno saputo che tu sei esistito. Rabbrividisco solo a pensarci. Rabbrividisco a pensare al tuo smarrimento, alla tua paura, al tuo dolore. Rabbrividisco pensando che purtroppo ci sarà stato qualcuno meno fortunato di te e che succederà ancora e ancora ad altri (e non solo cani).

Chissà cosa hai sentito quando ti hanno trovato, chissà come eri arruffato, dolorante, confuso e disperato. Sdraiato in fondo a quella buca … Avevi ceduto? O speravi ancora e ti stavi consumando le unghie e la voce per la disperazione?  Come sei arrivato fino a lì e che razza d’uomo ha avuto il cuore di abbandonarti ad una sorte del genere? Lo so, non c’è tempo per fermarsi a riflettere, né per chiedersi quanto grandi sono state le tue sofferenze, né tantomeno c’è da sprecare tempo prezioso e utile pensando a quali spregevoli esseri umani hai mai avuto la disavventura di incontrare sulla tua strada. L’urgenza vera, la sola cosa veramente essenziale era ed è stata quella di sottrarti a tutto quel dolore, portarti via,  in salvo per sempre e consentirti di ricominciare.
Caro Chango la sorte nonostante tutto è stata benevola con te… Il tuo primo angelo custode si chiamava Pietro, era un poliziotto in missione in Kosovo. Pietro che ha incrociato la sua vita con la tua, ti ha tirato fuori e ti ha messo al sicuro fino al momento in cui avrebbe potuto portarti via con sé, in occasione del suo breve rientro in Italia, verso una nuovo inizio.  Pietro che ti ha rimesso in forze e che ha portato te ed altri fortunati compagni in un lungo, duro viaggio verso l’Italia, attraverso il Kosovo prima, poi l’Albania e via mare fino ad Ancona e poi ancora da Ancona fino a Voghera (per te), e a Savona (per gli altri); Pietro che ha condiviso con voi il caldo insopportabile, la mancanza di sonno, l’ansia di riuscire a farcela, la paura di non farcela, il terrore che qualcuno di voi morisse proprio durante il viaggio, ad un passo dalla felicità.
E poi c’eravamo noi… noi che vi aspettavamo “di qua” e seguivamo trepidanti minuto per minuto il vostro lento difficile ritorno, soffrendo per ogni attimo in cui perdevamo le vostre tracce, in tensione continua sapendovi al caldo, stanchi, affaticati, affamati, impauriti. Noi col fiato sospeso, sempre in attesa di vostre notizie, a farci coraggio l’una con l’altro.
E’ stata durissima, eppure ce l’avete fatta tutti, forse (ci piace crederlo) anche un po’ grazie alle nostre preghiere, al nostro affetto e ai nostri pensieri positivi tutti per voi. Certamente grazie alla non comune tenacia e alla generosità del vostro custode ed amico, che vi ha condotti tutti in salvo consegnando ognuno di voi in mani amorevoli che, si spera, vi avranno ripagato almeno in parte di tutto quanto subito. Temo che tu non debba esserti fatto una grande opinione della nostra specie, ma forse questi anni quieti che hai potuto vivere serenamente insieme a Riccarda e a Marco hanno cambiato almeno un poco il tuo modo di vedere gli umani … Io questo lo spero. Di sicuro nonostante il male subito, il tuo immenso cuore di cane non ha perso la voglia di ricominciare, non ha esaurito la fiducia nell’uomo né la capacità di amore. Hai perfino scelto un incredibile nuovo compagno di vita: un gatto! Non il gatto di casa, ma un gatto randagio che è arrivato dopo di te, di sua spontanea iniziativa, un trovatello adottato …proprio da te! Chi avrebbe mai pensato che lo avresti accolto e addirittura protetto?! Oggi non ci sei più, ma quando vedo le tue foto, quando ripenso a te, ancora mi emoziono. E il mio cuore è leggero e grato al pensiero che hai potuto conoscere un riscatto, amore e sicurezza e che hai vissuto anni sereni, sotto lo sguardo vigile e premuroso di  Riccarda, così piena di altruismo e dedizione. Ammiro te e ognuno dei nostri cani, sempre pronti a dare e a dimenticare, incapaci di serbare rancore verso noi uomini, che pure lo meriteremmo.

Grazie Chango per aver tenuto duro e per questa grande lezione di dignità, forza e capacità di perdono del tuo splendido cuore di cane.
Sei un cane: amore e amicizia e perdono sono nella tua natura… Una natura che nessun uomo, per quanto si sforzi, potrà mai eguagliare!
Mariavittoria

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